Perché nei tornei giovanili i bambini vengono spesso premiati tutti allo stesso modo?

La premiazione come incoraggiamento al successo sportivo, non alla vittoria

Gli sport di squadra prevedono sempre che vi sia un vincitore ed uno sconfitto. Un gruppo prevale sull'altro, una squadra vince, l'altra perde.
Non si può negare che, per definizione, sia difficile accettare la sconfitta. Tuttavia essa non è semplicemente un segno di debolezza o un momento in cui l'autostima complessiva del gruppo viene meno, ma è, per chi è abituato a competere, motivo e stimolo per migliorarsi, per aumentare l'efficacia e la qualità della propria performance.O almeno così sarebbe opportuno che fosse.

Nel mondo degli adulti e degli sport di squadra, questo aspetto è determinante ed atleti e team di successo, nonostante siano maggiormente abituati alla vittoria, posseggono solitamente una buona cultura della sconfitta che consente di loro di trovare nuove energie da cui ripartire, mantenendo ben saldi i valori basilari dello sport e anche della competizione, intesa non come scontro con un avversario, ma come momento di superamento dei propri limiti.

Nel mondo dello sport praticato da bambini ed adolescenti, la sconfitta acquisisce anche altri tipi di valori, correlati alle specifiche fasi de crescita e dello sviluppo sia fisico che psichico, oltre che di tipo relazionale.
Perdere infatti non deve significare entrare in contatto per la prima volta con il sapore amaro dell'insuccesso derivante dal primo incontro con la realtà competitiva che contraddistingue il tipico vivere adulto, bensì giungere ad una delle tre possibili conclusioni della competizione e nulla più.

Si perde quando, praticando l'attività sportiva, il bambino non trova piacere nello svolgere quel tipo di attività extrascolastica, quando piccole leve di atleti vengono rimproverate per non aver raggiunto al vittoria. Insomma, si perde quando non si orienta la competizione all'unico successo possibile, ossia il successo sportivo.

Il successo sportivo nelle squadre soprattutto di età pre-adolescenziale ha infatti sfumature fortemente diverse rispetto a quello di vittoria. Avere successo significa innanzitutto essere stati disposti ad entrare in contatto con la competizione ed aver avuto l'occasione di sperimentare in gruppo e con il gruppo il sapore della gara, intesa in questa accezione non come mezzo per ottenere la vittoria, ma come strumento di misura della propria crescita fisica, atletica e soprattutto di socialità oltre che come strumento di esercizio della corporeità.

Gareggiare con i propri amici impegnandosi al massimo è la vittoria, e rappresenta l'unica vittoria possibile.
Questo spiega, ad esempio, il motivo per il quale è prassi anche nelle scuole calcio organizzare tornei in cui tutti i bambini vengono premiati con la stessa medaglia, indipendentemente dal punteggio finale.

Certo, non è infrequente sentire bambini che chiedono per quale motivo ciò avvenga (data l'abitudine ad ascoltare e convivere con gli schemi di pensiero tipici dell'adulto e quindi basati sulla dualità vincitore/sconfitto) ma la premiazione è rinforzo positivo all'impegno e alla disponibilità dei bambini di entrare in un contesto in cui il divertimento non sia puramente "anarchico", bensì trovi strada in un percorso di regole (quelle del gioco) ben strutturate e condivise che guidano la competizione e la crescita del gruppo e della squadra intesa come momento di socialità.

Le fasi di maturazione dell'atleta e dunque il suo ciclo vitale (l'approccio ad una disciplina sportiva, lo sviluppo di competenze, l'agonismo, la maturità sportiva e la fine della carriera) richiedono che l'atleta attraversi momenti di sperimentazione di vissuti emotivi nuovi che, con il trascorrere del tempo, acquisiscono significati diversi in base all'età,al maturare delle esperienze  e al cambiamento delle richieste dell'ambiente circostante, in cui la competizione matura l'aspetto più propriamente orientato al raggiungimento di un obiettivo individuale o collettivo specifico (es. la vittoria in un torneo, la conquista di una coppa).

L'errore purtroppo non infrequente che viene facilmente osservato in contesti di tornei giovanili, è quello di ritenere (spesso da parte dei genitori) che una competizione tra bambini sia già finalizzata ad un obiettivo diverso dalla costruzione del gruppo e dalla maturazione sociale dei ragazzi, rischiando di creare attorno alla gara l'atmosfera piena di tensione, concentrazione ed attivazione anche fisiologica tipica dello schema adulto e completamente inadatta ai più giovani.

In questo caso viene infatti proiettato sui bambini un modo di approcciarsi alla competizione completamente fuori luogo che rischia di trasformare la sconfitta da "occasione di successo sportivo a prescindere" ad insuccesso vero, gettandoli di fatto nelle dinamiche di frustrazione tipiche dell'adulto.


Dr Fabio Ciuffini
Psicologo
ciuffinifabio@gmail.com
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Info su Dott.Fabio Ciuffini Psicologo dello Sport

Psicologo dello Sport e Mental Trainer. Albo Regione Toscana 4521. Iscritto all'Associazione Italiana Psicologi dello Sport e membro del progetto PDS, Psicologi dello Sport. Cofondantore presso CalcioScouting.com. Ricevo ad Altopascio (Lucca) o Prato (PO)
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